La Corte europea interpreta il Regolamento comunitario sulle indicazioni geografiche e denominazioni d’origine

Il 4 marzo 1999 la Corte di Giustizia europea ha pronunciato la sentenza nel procedimento C-87/97, dando la sua prima interpretazione del Regolamento CEE n. 2081/1992, relativo alla protezione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni d’origine dei prodotti agricoli ed alimentari (qui di seguito il Regolamento).

Il Consorzio italiano per la tutela del formaggio GORGONZOLA aveva chiesto al tribunale austriaco l’inibitoria alla distribuzione in Austria di un formaggio erborinato prodotto in Germania recante il marchio CAMBOZOLA e la cancellazione del relativo marchio nazionale, basandosi sia sulla normativa austriaca contro la concorrenza sleale sia sulla Convenzione di Stresa.

Il tribunale austriaco ha chiesto alla Corte di stabilire se

sia compatibile con i principi della libera circolazione delle merci (Articoli 30 e 36 del Trattato CE) il fatto che uno Stato membro vieti la vendita di un formaggio prodotto legalmente in un altro Stato membro in forza di una disposizione nazionale fondata su un accordo internazionale sulla tutela delle denominazioni di provenienza, nonché su un divieto nazionale delle indicazioni ingannevoli;

sia rilevante il fatto che sull’imballaggio venga indicata la vera origine del prodotto.

La Corte ha dichiarato che la decisione doveva basarsi sull’interpretazione delle norme comunitarie rilevanti, che ha indicato essere:

l’Articolo 13.1.b del Regolamento, che prevede la tutela delle denominazioni protette contro qualunque “evocazione”, anche se è indicata la vera origine del prodotto.

L’Articolo 14 del Regolamento, che prevede la possibilità di mantenere la registrazione di un marchio in presenza di una denominazione di origine a condizione che il marchio sia stato registrato in buona fede prima del deposito della domanda per la denominazione comunitaria.

La Direttiva 89/104 sull’armonizzazione delle leggi sui marchi, che statuisce che il marchio non debba ingannare il consumatore sulla natura, la qualità o la provenienza geografica del prodotto.

La risposta della Corte è stata che uno Stato membro non entra in conflitto con i principi di libera circolazione delle merci se emana provvedimenti a tutela di denominazioni registrate in forza del Regolamento. Secondo la Corte nel caso in esame si può parlare di evocazione ai sensi dell’Articolo 13 del Regolamento, dato che il termine che designa il prodotto incorpora una parte della denominazione protetta e quindi il consumatore può essere tratto in inganno. Per quanto riguarda il mantenimento della registrazione del marchio, la valutazione sia della buona fede prevista dall’Articolo 14, che della ingannevolezza sulla provenienza geografica del prodotto come nella Direttiva 89/104, spetta al giudice nazionale, dato che entrambe le questioni esulano dalla competenza della Corte.

21 aprile 1999

Written by Sergio Rinaldi

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