In famiglia, nella società, con gli immigrati: non abituiamoci alle situazioni di degrado

La pace

Quest’anno fatichiamo a sentire il Natale come giorno della pace. Infatti la spirale della violenza sembra inarrestabile nella terra dove è nato Gesù, il re della pace, e in molte altre parti del mondo. Alcune di queste tragedie sono state abbondantemente raccontate dai mezzi di comunicazione, altre catastrofi rimangono ignorate perché non interessano noi occidentali; e purtroppo fingiamo di non vedere tragedie e condizioni inumane a noi vicine, addebitandone la responsabilità ad altri.

Non possiamo dimenticare questa triste e angosciante realtà per goderci il calore della “pace natalizia”. Rinnegheremmo ciò che il Natale sta dicendo da duemila anni: la pace se non è ricercata per l’intera famiglia umana è soltanto egoismo mascherato; e ogni egoismo è fonte di nuove ingiustizie, discriminazione, violenze. Perciò vogliamo sostare davanti al Bambino di Betlemme – è lui il Natale! – non soltanto con i problemi personali ma sentendo come nostre queste miserie, portandole nella preghiera e lasciandoci interpellare sul contributo che potremmo e dovremmo dare perché la pace non rimanga parola vuota e desiderio vago, ma cresca realmente in ogni angolo della terra.

Vogliamo perciò continuare e intensificare la preghiera perché dovunque, ma soprattutto dove l’uomo sta massacrando i suoi simili e provocando rovine e sofferenze spaventose, cresca la convinzione che il dialogo sincero e il coinvolgimento delle istituzioni internazionali sono l’unica via per risolvere realmente i problemi che rendono difficile il rapporto tra i popoli. Preghiamo perché l’indifferenza e la diffidenza siano sostituite dalla fiduciosa accoglienza reciproca, perché tutti si sentano membri di un’unica famiglia in cammino verso comuni traguardi di giustizia, di collaborazione, di solidarietà, di difesa e promozione della dignità di ogni persona. Preghiamo perché vengano rimosse le radici economiche, sociali e politiche dei conflitti; e perché i popoli più poveri siano sostenuti nel ritrovare in se stessi le risorse e la forza necessarie per liberarsi da situazioni di vita disumane. Preghiamo perché il nostro cuore, e quello della nostra società, non sia in pace fino a quando non daremo la possibilità di vivere dignitosamente a coloro (e sono persone come noi!) che vivono in condizioni disperate. Sono alcune delle componenti della pace donata dal Padre di tutti all’umanità nel Bambino di Betlemme.

La preghiera per la pace non intende “convincere” Dio a donare ciò che ha già regalato all’intera famiglia umana nella nascita di Gesù. E’ stare davanti a Lui riconoscendolo sorgente inesauribile dell’amore che solo può e vuole guarire i nostri cuori coinvolgendoli nel suo modo di vedere l’uomo, gli altri, noi stessi, l’esistenza, le relazioni tra le persone e i rapporti tra i popoli.

E’ la decisione di aprire la nostra libertà a Dio che viene a noi con la debolezza disarmata e l’attesa fiduciosa di un Bambino, per stimolarci a partecipare responsabilmente e attivamente alla edificazione mai finita della pace. E’ convertirci dalla nostra via alla sua via: iniziata a Betlemme ha raggiunto il suo obiettivo a Gerusalemme sulla Croce, dove l’amore ha vinto definitivamente la violenza.

E’ accoglienza

E’ una via caratterizzata dall’accoglienza incondizionata della storia umana, e delle singole persone. A Betlemme Dio ha accettato l’umanità concreta – ed ognuno di noi – con la sua povertà e pesantezza, con le speranze e illusioni, con le ricchezze e miserie morali. Ha condiviso e condivide il nostro cammino per aprirlo alle sue promesse di vita e comunione piena.

Gesù, con la sua persona, la sua vita e la sua parola, ha narrato che Dio è Padre universale, desideroso di partecipare ad ogni cuore la sua capacità di amare, infrangendo ogni muro di separazione e riconoscendo in ogni persona un fratello da accogliere, capire e aiutare. Per Lui non contano le divisioni etniche, economiche, sociali e politiche, conta l’uomo concreto, ogni uomo. Credere a Gesù Cristo significa credere che l’amore è lo stesso cuore di Dio Padre di tutti, perciò o è universale o non è amore.

Davanti al Bambino di Betlemme ci scopriamo, quindi, accolti senza condizione e per sempre dall’amore inesauribile di Dio Uno e Trino; e chiamati a testimoniare che la grandezza e il futuro dell’umanità, e di ogni singola persona, sta nel cammino deciso e perseverante sulla difficile strada dell’accoglienza aperta a tutti, anche a quelli che dimentichiamo ai margini della nostra società. Accoglienza da vivere, con modalità diverse ma con uguale intensità, nella famiglia sia nel rapporto di coppia che nelle relazioni con i figli; nelle comunità ecclesiali, nelle diverse realtà sociali, con gli immigrati.

Si è accoglienti – quindi si lavora per la pace – se si ha veramente a cuore il bene dell’altro, di ogni altro, dell’umanità intera. Accogliamo gli altri se li consideriamo, anche se sono molto diversi da noi, uguali a noi in dignità, amati dall’unico “Padre nostro”, manifestazioni singolari e preziose della comune ricchezza umana, e riflesso dello splendore di Cristo. Quindi non li guardiamo con diffidenza e paura ma con fiducia, e nella differenza scorgiamo la possibilità di ampliare e arricchire la nostra, sempre limitata, esperienza umana e il comune cammino. Perciò, nel dialogo sincero e senza pregiudizi, si cerca di conoscere e apprezzare le qualità positive della loro storia personale e sociale, considerandone le componenti culturali e religiose anche se completamente nuove per noi; con misericordia si guardano i limiti e si è realmente disponibili a condividere le varie necessità. Quindi, dialogo non è accogliere gli altri come semplice forza lavoro, come strumenti per la lotta politica; non è neppure ignorarne la presenza limitandosi a tollerarla. Non è neppure semplice e superficiale scambio di idee. E’ sforzo per capire l’umanità presente in ogni altro, soprattutto quella che provoca le nostre altri da noi dimenticati, e denunciando attentati alla nostra e altrui dignità; attentati magari non più avvertiti come tali perché diventati costume generale. Tale dialogo permetterà pure di sentire come propria la sofferenza dell’altro, e di ricercare le modalità possibili e concrete per superarla. Si apprenderà pure la non facile arte di convivere, cioè di pensare un futuro comune, di continuare a comunicare per sempre meglio comprendere e valorizzare le diversità a favore di tutti. Affrontando con coraggio gli inevitabili problemi che rendono difficile la convivenza e la reciproca ospitalità tra persone che provengono da cammini storici, culturali e religiosi diversi. Certamente sia i privati che le istituzioni hanno lavorato molto per risolvere le emergenze. Occorre, però, evitare di abituarsi alle situazioni di degrado, ancora esistenti, e impegnarsi di più nel dialogo, cioè nella conoscenza delle rispettive esperienze umane; conoscenza indispensabile per edificare qualcosa di nuovo che valorizzi le diverse storie.

Questo dialogo, se autentico, favorirà una più profonda conoscenza della nostra identità religiosa, perché ci accorgeremo che sovente la conosciamo e la viviamo superficialmente, accontentandosi di identificarla in espressioni secondarie e molto datate. E per dialogare positivamente con altre esperienze religiose, occorre consolidare la consapevolezza del nucleo essenziale dell’identità cristiana che sta esattamente nel leggere, nel Presepio e nella Croce, il rivelarsi definitivo di Dio e la verità dell’uomo chiamato a vivere l’accoglienza, il rispetto e la solidarietà verso tutti. Perciò questi due segni peculiari della nostra vita religiosa aprono all’ospitalità universale e al dialogo sincero con tutti, e possono parlare ad ogni esperienza umana. E ci donano la forza di sperare nella pace anche quando i nostri gesti di pace sembrano, come il Bambino di Betlemme, insignificanti e assolutamente incapaci d’incidere nella storia; pure nei momenti di trionfo dei prepotenti e violenti come sul Calvario. Infatti in una lontana notte di Betlemme la capacità di amare di Dio si è radicata definitivamente nella nostra storia per sostenere la nostra speranza nella fraternità universale che sta raccogliendosi intorno al Risorto; per dirci che nessun gesto di accoglienza si perderà perché in esso si fa presente colui che offre ospitalità e fiducia ad ogni persona.

A tutti auguro di sentirsi sempre desiderati e accolti nel Presepio da Colui che è “Dio con noi e per noi”. Viene ogni giorno nella nostra vita chiedendo e desiderando la nostra collaborazione per il suo tenace impegno nel continuare in noi e, anche per mezzo nostro, negli altri il suo cammino di pace.

+ Roberto Amadei

Written by Sergio Rinaldi

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